Un cuore diverso [2] L’ultimo saluto

Alle otto e mezza sono di nuovo da mio figlio, pronta all’ennesimo abbraccio, all’ennesimo bacio, che so essere l’ultimo ma non lo è, mai. Le sue labbra ora sono viola, così come le sue orecchie.

Sta cambiando il mio bambino, ma per me è sempre lui, bello, bello ma non solo esteticamente. Mio figlio mi accorgo che era bello tutto, lo sapevo ma è davanti al suo corpo immobile per sempre, che me ne rendo conto sempre di più. E questo concetto è rafforzato dalla infinità di persone, che anche quel giorno sono venute per dare l’ultimo saluto al mio Emi.

Continuo a essere un automa, entro lo bacio gli parlo e poi riesco, un muretto a cingere gli scalini dell’ingresso, scaldati dai raggi del sole di quella giornata, ma freddi per gli alberi che ne circondano il perimetro. O forse freddo, perché anche io, come mio figlio, non ho calore in corpo. Fredda, nell’anima, per quel lutto che mai una madre dovrebbe provare.

Penso, a tutte le donne che hanno perso un figlio, quasi a volermi dire che in ogni angolo del mondo c’è una mamma che ha provato, sta provando e proverà quello che io, in questo momento, sto provando. Altra pillola, la mia bolla si rafforza. Accetto con calore tutto l’affetto di chi è venuto per Emiliano, ma anche per me, per suo fratello, per suo padre.

Trascorre il tempo, ma per me il tempo è fermo. Fino ad arrivare alle quattro e mezza di pomeriggio, quando la realtà mi riporta di nuovo accanto a mio figlio, stavolta davvero per l’ultimo abbraccio, per gli ultimi baci, per l’ultimo drammatico saluto. Era cresciuto ma per me era il mio bambino, e come tale l’ho salutato. Quanti pensieri chiusi in quell’addio. Non posso lasciare il mio bambino, ripeteva la mia testa, o quel che restava della mia testa nella bolla.

La bolla, questa bolla nella quale vivevo da più di un giorno, a schermare una realtà che mi toglieva il fiato. Non posso lasciare il mio bambino, mio figlio: se lascio lui so che lascerò lì per sempre, con lui, anche la mia vita. La mia vita che in quel momento non ha più senso, la mia vita che si è fermata con la sua. Batte il mio cuore a differenza del suo, batte ma non riesco a sentirlo, quasi ad azzerare quei battiti che tengono in vita me, ma hanno portato per sempre via il mio Emi, decidendo di non battere più per il suo cuore. Batte il mio cuore consapevole che da quel momento scandirà la mia vita che non sarà più vita.

Le mie gambe sorreggono un corpo, il mio, che vorrebbe solo sprofondare. Le mie mani continuano ad accarezzare il corpo di mio figlio a volergli trasmettere la mia vita, o la mia disperazione per la sua vita che non c’è più. La mia bolla intanto accresce la sua potenza, facendo degnamente il suo lavoro. Mi azzera i ricordi lontani, della sua infanzia, della sua adolescenza, li chiude in cassetto che non riesco ad aprire. Non so se poi mi lascerà la chiave di quel tiretto, me ne accorgerò tra qualche giorno, penso. Lascia aperto invece l’armadio di ricordi più prossimi, che in quel momento fanno male ancora di più. Ricordi, però, che sfumano nella mia bolla, li rende reali ma impalpabili, difesa di un dolore troppo grande. Li vivo pallidamente, quasi ad averne paura in quel momento.

O forse solo che la mia mente, i miei pensieri, sono troppo disperati per ricordare nitidamente. La mia bolla, non so se ringraziarla o prenderla a calci, lei che è comunque lì per me, a svolgere un lavoro infame ma necessario, a una mamma che ha perso per sempre suo figlio. La mia bolla, che mi porta nella chiesa della Madonna del Ruscello, per l’addio al mio Emiliano. Un fiume di gente. Tanta, tanto che molti non hanno avuto accesso al Santuario, ascoltando da fuori le parole che, nel suo ultimo saluto, un padre trova la forza di dedicare a suo figlio.

E le parole del vescovo di Civita Castellana, che penetrano i cuori a voler infondere un briciolo di conforto, per quella morte che ha colpito in modo subdolo, vigliacco, bastardo. Ma la morte è così. Ancora abbracci, parole sussurrate a me ma indirizzate a Emiliano, quasi ad aver trasformato me, sua madre, nel tesoriere di un infinito amore che quella gente aveva voluto portargli per il suo addio. Gente familiare, estranei, quanti sono non lo so, non ho realizzato in quel momento. A posteriori, però, ho realizzato che il suo funerale è stata la dimostrazione di quanto amore aveva dato Emiliano, e quanto amore in quel giorno gli è tornato indietro. Non dovuto ma sentito, sinceramente, da una comunità fatta di estranei, uniti in quell’istante da uno stesso dolore.

Suo fratello gli dedica fumogeni rossi e l’inno del Liverpool, squadra del cuore di Emiliano. Vedo questa nuvola rossa, e capisco che è davvero finito tutto. Il mio Emi vola in cielo, avvolto dai fumogeni che Leo, suo fratello, nel suo dolore riesce a consacrargli, amore di un fratello che, parole sue, dal giorno prima si definirà “amputato”.

Passeranno altri tre giorni, e l’appuntamento con Emi è fermato alle tre e mezza di pomeriggio. Crematorio di Viterbo. Alle cinque e un quarto Emi sarà cremato, e io, il fratello e il padre siamo di nuovo lì, chiusi in un dolore impalpabile ma lancinante. Il cielo stavolta è grigio, pare piangere anche lui. È chiuso nella sua bara, il crocefisso alto dietro il suo capo, a ricordarmi che su quella croce c’è un uomo, anche lui figlio, strappato al cuore di sua madre per mano di altri uomini. È a lei che mi aggrappo, alla madre di Gesù Cristo. La invoco nella mia testa, continuamente, implorandola di indicarmi una strada meno dolorosa di quella che ora mi trovo a percorrere. Mi ripeto è tutto finito, ormai nulla ha più un senso. Ma ancora la mia bolla mi tiene fagocitata, e continua a tenermi in piedi, con in testa un frullatore di pensieri che si accavallano senza un senso e senza una risposta.

Rientro a casa, con una unica certezza: il giorno dopo Emiliano tornerà a casa. Si, tornerà a casa. Chiuso in una urna cineraria rosso amaranto, due sigilli rossi a rendere legale la pratica di affidamento. Affidamento. Lui è mio figlio, ma mi ritrovo a doverne chiedere in custodia le sue ceneri. Non importa, basta che Emi stia di nuovo a casa sua.

Ora su un mobile nella sala c’è la tua foto ricordo, il sole a illuminarti il viso e i tuoi occhiali da sole specchiati blu a proteggere i tuoi occhi, e la tua videocamera in spalla. E una scritta, You’ll never walk alone… non camminerai mai solo.

Sono ancora chiusa nella mia bolla, ma ancora per poco.

2 risposte a “Un cuore diverso [2] L’ultimo saluto”

    1. Le tue parole arrivano direttamente al cuore con tutto
      il dolore che stai provando……..e che una madre non dovrebbe mai provare per il
      proprio figlio!!!Ti abbraccio

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