Un cuore diverso [1]

“Mamma non te lo voglio dire per telefono ma corri, Emi sta per terra esci dall’ufficio e corri qui”.

Alle dodici e cinquantatré di quel maledetto venerdì ventisette aprile, il mio cuore si è fermato e il mio cervello si è resettato. Mio figlio, il mio secondogenito, nella disperazione più totale mi dice anzi non mi dice che l’altro mio figlio, suo fratello, il mio primogenito, è morto.

Entro in una bolla, impercettibile per gli altri ma che a me crea una difesa, uno scudo da una realtà crudele e assassina, entro in una bolla e corro, come mi aveva invitato a fare mio figlio, che non mi voleva dire, ma che aveva detto tutto. Il tempo che passa per arrivare a quel marciapiede che aveva raccolto il corpo esanime di mio figlio non lo ricordo, tanto, troppo ne era trascorso, comunque senza speranza.

Tutto era compiuto, e io da mamma non potevo fare più nulla per lui. Arrivo e vedo solo il mio secondogenito che mi viene incontro, mi blocca e mi dice “mamma no, non andare”. Leo, Leonardo, diciotto anni da poco compiuti, mi sembra cresciuto in un attimo. Cresciuto in un attimo, in un nanosecondo, davanti il corpo privo di vita del fratello, di Emi, Emiliano, ventitré anni e mezzo, la cui vita si è fermata su un marciapiede di un piccolo paese di provincia, dove la vita continua a scorrere tutti i giorni, dove la vita di mio figlio si è fermata per sempre, su quel marciapiede.

Mi raggiunge la ragazza di mio figlio, la sua fidanzata, alla quale due volte per telefono ho negato di sapere. Ma come si fa a dire a una ragazza di ventiquattro anni che si, Emi se ne è andato per sempre? Poi il nostro medico di famiglia, che immediatamente tira fuori una pillola che mi fa subito ingoiare, e la mia bolla si amplifica. Mando giù quella pasticca e chiedo. Chiedo cosa è successo. Arresto cardiocircolatorio, fulminante.

Ho ancora un briciolo di razionalità per chiedere se è necessaria l’autopsia, il mio medico mi guarda e mi dice che è inutile, la causa della morte è chiara, anche da come il corpo è stato trovato disteso su quel pezzetto di strada, su quello spartitraffico coperto di alberi e piccoli arbusti, ad abbellire quella che è la strada principale del paese. Mi dice che è stato un attimo, che il suo cuore si è fermato di colpo, come accade spesso, come accade ultimamente troppo spesso. Mio figlio è rimasto lì per terra, chino tra due alberi, quegli alberi che sono stato il suo ultimo riparo.

Hanno atteso che arrivassi, lo ha chiesto mio marito, il padre, che anche lui per telefono mi ha detto che stava in ginocchio davanti il corpo di nostro figlio, in ginocchio a non voler pronunciare le parole “è morto”. Mi chiedono i vestiti, devono portarlo via e hanno bisogno di vestirlo. Mai avrei immaginato di dover salire le scale, aprire la sua stanza, il suo armadio, per prendere un vestito una camicia un paio di mutande e un paio di scarpe per l’ultima vestizione di mio figlio. Una mamma immagina di acquistare il vestito per la Prima Comunione di suo figlio, sogna di accompagnarlo a comprare l’abito con cui deve sposare la donna che ha scelto, o magari semplicemente il completo per il suo primo giorno in ufficio.

O semplicemente fare shopping con lui ma questo no, mai una mamma pensa di dover scegliere dall’armadio di suo figlio il vestito che indosserà per l’ultima volta e per sempre. Io e la mia bolla obbediamo, intontite da una realtà che è troppo pesante da vivere. Sembro un automa e obbedisco. Il resto è un susseguirsi di azioni che vanno affrontate, inimmaginabili però per una mamma. L’agenzia, la scelta della bara, i fiori e il necrologio da affiggere. Tutto passa nella mia mente come un’onda sulla battigia, arriva, mi travolge e scivola via, senza lasciare nulla, in attesa della successiva. lo vivo tutto questo, ma lo allontano subito. Continuo io, e la mia bolla a difendermi, difendermi da un destino maledetto e crudele che mi ha strappato il mio Emiliano, il mio Emi, per sempre.

La camera ardente. Entro e mio figlio è lì, disteso con le mani giunte sul petto, bellissimo nel suo vestito che ho scelto anzi preso senza pensare, pensare che sarebbe stato il suo ultimo vestito indossato. È lì, immobile, inanimato, e non so se mi sente. Lo guardo e continuo a non capire, c’è una barriera tra me e lui, una barriera fatta di consapevolezza che voglio negare, fatta certezza che il mio bambino è stato, ma non sarà, ormai più, per me e per lui. Lo accarezzo, accarezzo il suo viso, i suoi capelli, le sue mani. Lo guardo e vorrei che quegli occhi si aprissero, in uno scherzo macabro ma che avrei voluto vivere in quel momento. “Ciupa” mi diceva quando scherzava con me, mi parlava senza farsi capire e io gli chiedevo ” Emi che dici”. Ecco, avrei voluto vederlo rialzarsi, e dirmi “ciupa anche stavolta te l’ho fatta”.

Pensieri stupidi, sciocchi, che in una normalità ti vergogni anche a pensare, ma che invece nella disperazione si materializzano nel tuo cervello, consapevole che non sarà, ma che drammaticamente speri che sia. O meglio non speri, vuoi, vorresti. È un via vai di persone, mi abbracciano, cercano di consolarmi anche se vedo la loro incredula disperazione per quanto accaduto. Tante persone quel pomeriggio nella piccola camera ardente allestita per mio figlio, nel piccolo cimitero del piccolo paese, Vallerano, dove ormai da quasi dieci anni viviamo.

Mi accorgo che quanto accaduto ha scosso Vallerano, e come un flutto che si propaga colpisce l’altro borgo, Vignanello, che è quasi un tutt’uno con il nostro, e che Emi viveva intensamente tanto quanto il suo. E continua la sua corsa, questo maroso, investendo tristemente molti altri paesi della Tuscia, arrivando a Viterbo. Mi accorgo che Emiliano aveva contaminato tante persone, senza confini aveva contagiato del suo essere tante persone, inimmaginabile per la mia mente pur conoscendo il mio Emi.

Per l’ultima volta, alle otto di sera, accarezzo il viso di mio figlio, lo bacio, lo coccolo sapendo che quella sarà l’ultima sera che potrò abbracciare il suo corpo, inanimato e già freddo. Sarà l’ultima sera che potrò abbracciarlo, sarà la prima della sua eterna assenza. Altra pillola, e la mia bolla si gonfia sempre di più. Riesco a cadere in un sonno, o almeno credo lo sia, fino al mattino dopo.

Un cuore diverso [2] L’ultimo saluto

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