Ogni dolore è un dolore che trafigge

Leggo questo articolo tutto d’un fiato. Mi ci riconosco due volte, da mamma che ha perso un figlio, e da figlia che ha perso il suo papà. Mi specchio in quelle parole e dico che si, è vero tutto quello che questa donna, Nikki Pennington, ha postato sul suo profilo Facebook.

Ripreso e tradotto da un social magazine dedicato interamente al mondo delle donne (www.robadadonne.it), lo rileggo quasi a impararlo a memoria, tanto trovo vero tutto quello che racconta.

La mia giornata non assomiglia alla tua, non importa quanto io provi a farlo”.

Questo è il senso del dolore legato alla perdita di una persona che si ama. La quotidianità cambia forma, non ha più un contorno abituale, e malgrado ci si sforzi, mai somiglierà a quella di chiunque altro che può continuare a fiutare i suoi affetti, quegli affetti che troppo spesso si danno per scontati. Parli con la persona che non c’è più, con la convinzione che ti stia sentendo, la coinvolgi nella tua vita, ti indispettisci anche con lei, quasi a voler demonizzare la sua assenza, a voler affermare la sua evanescente presenza.

L’avevo provato quattordici anni fa, con mio padre. Dieci mesi di cancro, lo chiamo col suo nome evitando quei giri di parole, sciocchi e senza senso. Dieci mesi, nei quali per fortuna la sofferenza, quella davvero bastarda, è stata limitata, ma forse la consapevolezza della fine era certezza dall’inizio. L’avevo saggiato già con mio padre, quel dolore che ti strozza il respiro, e ti fa vivere una realtà parallela.

Per quattordici anni ho vissuto le stesse sensazioni di Nikki, pensando a mio padre, guardando il telefonino aspettando che il suo numero apparisse illuminato con la scritta “papà” (numero che, dopo quattordici anni ho ancora memorizzato sul telefonino).

Oggi, però, mi accorgo che un dolore grande si fiacca con un dolore ancora più grande. La morte di mio figlio, ha lenito quella sofferenza per il mio papà, pur continuando a mancarmi profondamente. Non sto pesando il dolore, mai lo farei, riconosco che ogni dolore, intimo e personale, grava come un macigno sulla vita di chi lo prova, è una scure sempre oscillante sulla tua testa, senza distinzione anagrafica.

Ma un figlio che ti lascia per sempre, è uno strazio che non ha eguali. Sopravvivere al proprio genitore è, seppure nell’immensità della sofferenza, anche nella precocità temporale, un ciclo naturale della vita. Ma sopravvivere al proprio figlio, questa è una condizione del tutto innaturale, che apre una voragine tra passato che è stato, e futuro che mai sarà, mai più. È lo tsunami della tua vita, un cataclisma che travolge e distrugge tutto quello che di certo e di bello vivevi, che annienta la tua esistenza.

Un buco nero tra passato e futuro, un abisso impenetrabile, nella certezza, unica e assoluta, che quel buco nero è il presente che stai vivendo.

Aspettando che il tuo telefonino squilli, con la scritta Emi illuminata, e il “rispondi” da trascinare.

 

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