Kant docet

La ragione umana viene afflitta da domande che non può respingere, perché le sono state assegnate dalla natura della ragione stessa, e a cui però non può neanche dare risposta, perché esse superano ogni capacità della ragione umana. (Kant)

Basta soffermarsi su queste poche righe, di Immanuel Kant, per giustificare i miei perché. Li giustifica, attenzione, non li spiega. Sono leciti, umani, naturalmente generati dalla ragione umana. Ma non possono trovare una risposta concreta, superando la capacità della ragione stessa.

Il che significa, come sempre sostenuto, che mai avrò risposte ai miei perché, che dovrò conviverci, mio malgrado, finché morte, la mia, non ci separi. A perseguitare una esistenza già compromessa fino al midollo.

Perché non si può fermare la ragione, ma non si può negare la consapevolezza dell’assenza di una risposta. E, continuando umanamente nei miei perché, non riesco nemmeno ad accettare, almeno non al momento, concetti che invece si radicano e rendono meno fragili altri che, come me, vivono tra terra e cielo.

Non riesco ancora a fare mia l’idea di distacco terreno, non riesco a metabolizzare pensieri astratti su mio figlio, che è comunque vicino a me, che è presente nella mia vita, che mi vede, mi sente, mi è accanto.

Ora, vivo in una disperazione abissale, che respinge e non abbraccia questi presupposti ai quali, mi chiedo, ci si aggrappa per sopravvivere o per genuina convinzione?

Ammiro chi è riuscito a elaborare verità parallele quali “ora è un angelo”, “è la stella che splende di più nel cielo”, “è il mio sole”… io mio figlio volevo viverlo, carnalmente presente nella mia quotidianità.

Che sia un angelo, il mio sole, una stella, non mi conforta, e nemmeno riesco a immaginarlo come tale. Forse, ancora non sono arrivata alla fase della consolazione. Non sono pronta, è evidente, a farmi sostenere da queste astrazioni, belle ma comunque irreali e immaginarie.

E ora la mia fantasia non riesce a escogitare nulla, se non crudelmente confezionato dal mio enorme tribolare.

Torniamo così all’altro concetto, quello del tempo, che occorrerà a me per tentare di mettere a fuoco questo mio dramma, per imparare a conviverci.

E a quell’uno di tutto, che oggi nemmeno abbiamo vissuto a metà.

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