Il mio sfogo, la mia rabbia

Eccolo, il mio sfogo, o una piccola parte di quello che vorrebbe essere, su ciò che dal ventisette aprile sto patendo. Forse è arrivato il momento di gettare tutta la rabbia che ho in questo spazio virtuale, dandogli così anche il giusto significato.

Non basterà, ma intanto inizio, nella speranza anche di elaborare qualche concetto, rileggendomi. Il perché è uno solo, pur con tutte le sue illimitate sfaccettature, che tante volte, troppe, ho ripetuto essere sterile e senza risposta. Ma questo “perché” io me lo porterò dietro per tutta la vita, pesante fardello che non ho scelto di caricarmi, ma che un qualcuno, ignoto e sconosciuto, ha deciso di accollarmi, pena eterna nella mia esistenza.

Perché io? Scattano inevitabilmente sensi di colpa, futili e insensati, lo so, ma che la mente partorisce senza volontà. Cosa ha fatto mio figlio per meritarsi una condanna a morte senza appello, a soli ventitrè anni e mezzo? E io? Cosa ho fatto di male, per meritarmi tanto pena?

Sembrano concetti dissennati, sconclusionati, squilibrati. Ma non è così, vi assicuro che non lo sono. Provate a saltare il fosso, a cancellare quella linea sottile che esiste, tra una mamma terrena e una mamma tra terra e cielo. Si può consolare una morte, ma non se è quella di un figlio. Il tempo aiuterà, a rifinire una vita distrutta dal dolore, concetto al quale voglio abituarmi, ma al momento è ancora distante dalle mie corde.

I rifugi, tanti, non sempre si riescono a vedere come confortanti, e spesso non si riesce a raccoglierli subito, a sentirli propri. La fede, quella aiuta, ma a volte è necessario un percorso ancora più doloroso, per accettare, “sine dubio”, la volontà divina. E quando sei terribilmente in balia di una afflizione senza eguali, intraprendere un altro cammino altrettanto doloroso non può aiutarti, almeno non sul momento. Anzi a me ha lacerato ancora di più.

Lasci aperta quella porta celeste, ma nell’imminente non riesci a varcare la soglia donandoti serenamente a concetti celestiali che, per quanto rassicuranti e incoraggianti, non riesci a fare tuoi. Ammiro le mamme che hanno oltrepassato quell’uscio, io l’ho fatto, per poi indietreggiare, sprofondando in un pozzo oscuro che sembra senza fine.

Rabbia, tanta. Per quello che è stato strappato a mio figlio, e per quello che è stato sottratto a me. La vita. Io e mio figlio volevamo viverla insieme, e con tante quotidiane difficoltà riuscivamo a sorridere anche dei nostri guai. Amava la vita mio figlio, così come la amavo io. E allora, eccolo di nuovo, perché? Per quale ignobile e misterioso motivo tutto questo è stato interrotto.

Le aspettative, i progetti, i sogni, anche le incertezze facevano parte della vita di mio figlio, che in un nanosecondo si sono arrestate per sempre, senza un motivo, senza un perché. Posso essere un po’ incazzata?

Fate voi, io mi dico posso esserlo, ma molto, molto di più. Guardare ora la vita: con quali occhi? Con quelli pieni di lacrime, perennemente arrossati da pianti nascosti? Ecco, la vedo così la mia esistenza. Lacrime e pianti, e null’altro almeno al momento. Fingo, è vero, ma poi crollo, inesorabilmente mi arrendo a quella che è la realtà, la mia realtà, che nessuno potrà cambiare, mai.

E non potrà comprendere, se non vissuta alla stessa stregua, con lo stesso patimento, con la stessa disgrazia. E a quelle mamme dico seguite le vostre emozioni, perché è l’unica cosa che ora può essere fatta. È necessario viverle, tremende tribolazioni, almeno per farci il callo, per abituarci, per fare nostra una verità che mai avremmo dovuto cercare.

E a chi ci sta vicino, rispettate il nostro dolore, i nostri silenzi, la nostra voglia di fare niente se non pensare a un figlio che non c’è più, materialmente vicino a noi. Il concetto di materiale: questo andrebbe rielaborato, ma non puoi farlo se si tratta di tuo figlio. È una parte di te che solo tangibilmente vorresti vivere, dovresti vivere.

E doverlo pensare in modo impercettibile, ma sempre presente, è uno stillicidio che attimo dopo attimo asciuga le vene, e ti allontana dalla vita.

Tempo. La parola più pronunciata da quando subisco la tua assenza. E al tempo mi rimetto, speranzosa di vedere andare via la mia disperazione, restandomene per sempre con il mio dolore, che quello so, non andrà via, mai.

Ecco il mio primo accenno di uno sfogo, che è ben più complesso di queste virtuali parole. Mi fermo, ma solo per riprendere fiato, quel fiato spezzato dalla angoscia che mi investe ogni volta che penso a mio figlio, ossia in ogni momento della mia giornata.

Ritornerò a scrivere di ciò, intanto mi auguro possa aiutare, me e le mamme come me, sciocca mia presunzione questa.

Ultima precisazione, ma la più importante: questo non è un invito a deprimersi, anzi è una sollecitazione ad affrontare la nostra realtà. Ma come sempre è stato detto, per rinascere è necessario toccare il fondo.

E anche se può sembrare assurdo, io, mamma tra terra e cielo, il fondo non l’ho ancora toccato, se fuggo la realtà crudele che sarà per sempre mia.

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